Il Pigiamento

20100401_bottone-rosso-console-parental-control_cIl Parlamento nato allo scopo di legiferare, emanare, posto di confronto e formatosi principalmente per parlare e discutere è congelato. Anzi è surgelato. È surgelato per scongelarlo al momento giusto. Solo quando è utile. Quando conviene. Il nostro Parlamento è inutile. Non vale nulla. È in agonia. Sussurra solo attraverso decreti legge che dovrebbero essere usati in caso di necessità. Infatti l’articolo  76 della Costituzione afferma: “L’esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti”. Il compito del Parlamento, in teoria, sarebbe fare le leggi mentre il Governo dovrebbe governare. In teoria. In pratica questo non succede. I nostri parlamentari, i nostri rappresentanti sono solamente dei pigia bottoni. Ogni settimana piovono decreti legge. Piovono a centinaia. Bisogna approvarli in meno di tre giorni. Non c’è il tempo di ragionare, di pensare, pesare e valutare. I partiti introducono dietro a decreti per l’ambiente delle norme antitrust, leggi ad personam e leggi che puzzano. Emanano un cattivo odore che è meglio nascondere. Il Parlamento è un “Pigiamento”. Una vera e propria stanza dei bottoni. Un casinò. La scatola è ormai vuota. A questo punto mi chiedo se serva veramente il Parlamento. Va riformato o abolito? Va seppellito o fatto risorgere? E’ utile o non è utile? A voi l’arduo compito di tirare le vostre considerazioni.

Ps. Stiamo vivendo una guerra invisibile. Resa invisibile dai media. L’unico modo per combatterla è informarsi. Ma informarsi bene. Utilizzando mezzi d’informazione alternativi. Non dico che la TV sia finita ma quasi. Bisogna filtrare ogni parola e non prenderla per buona visto che viene dall’alto.

Jump! Dal Parlamento mi tuffo

Jump

Dopo il Parlamento molti politici, visto che siamo in tema acquatico, non sanno più che pesci pigliare e molto spesso questi personaggi si buttano, o meglio jampano di qua e di la, intascando per dì più una liquidazione d’oro (pari all’80% dell’importo mensile lordo dell’indennità moltiplicato per ogni anni di mandato effettivo). Questo assegno di fine mandato avrebbe il compito di agevolare i politici che non sono riusciti a rientrare il Parlamento, circa 600 per questa legislatura, per essere reintrodotti nel mondo del lavoro. Lavoro che molti politici mantengono anche durante il mandato come afferma Sergio Rizzo, il giornalista del Corriere della Sera che da tempo denuncia i privilegi della Casta: “Rispetto agli altri paesi, in Italia, anche da eletti, è possibile continuare a portare avanti la vecchia professione”, precisa. E se le imprese devono aspettare “almeno 180 giorni” per riscuotere i crediti con lo Stato, per i parlamentari non c’è bisogno di attendere. Per la Casta basta un mese per incassare l’assegno”. Ma rientriamo nel tema di oggi. L’altra sera, su canale 5, alla trasmissione televisiva “Jump! Stasera mi tuffo” chi vedo nella giuria? Riesco ad intravedere (non vedo bene perché ormai i mie occhi sono pieni zeppi di fotogrammi che ritraggono politici in varie trasmissioni televisive) l’ex deputata del PD, Paola Concia, in una veste molto differente da onorevole, cioè nei panni di un giudice televisivo. E si tanto dopo essersi seduta in Parlamento la poltrona di arbitro in uno show televisivo gli mancava eccome. Ma la cosa che mi fa più storcere il naso è quando vedo una come la Concia, che non ha mai (e per questo l’ammiro molto) nascosto la sua omofobia e che per la difesa dei diritti degli omosessuali si è molto battuta ed è sempre stata in prima linea, andare nelle reti Mediaset, di proprietà di Silvio Berlusconi che sull’omosessualità ha fatto battute poco felici. Questo avvenimento rispecchia molto bene la serietà e la coerenza dei nostri rappresentanti politici che dopo anni passati in Parlamento, un universo a distanza abnorme dalla vita quotidiana, quando si vedono catapultati nella realtà non sanno più a che santo votarsi e anche se siano di destra, sinistra o centro finiscono per buttarsi nelle braccia del Cavaliere, che “santi” dietro le spalle deve averne parecchi visto tutti i provvedimento giudiziari che è riuscito a superare.

Basta femminicidio

Inchiesta lanciata su change.org

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A volte le cose sono più semplici di quello che sembrano. Non servono investimenti mastodontici e non c’è bisogno di chiamare l’esercito o invocare la pena di morte. In Italia ci sono già leggi, esempi virtuosi, energie locali e esperienze professionali che lavorano da anni contro la violenza alle donne:vanno ascoltate, coordinate, finanziate e collegate in un nuovo piano nazionale.

Una donna maltrattata, minacciata, molestata, umiliata da violenze fisiche o psicologiche è un dramma e un danno per la società intera, non un trascurabile effetto collaterale di una storia d’amore andata a male.

Siamo tutti coinvolti e responsabili, anche se non direttamente violenti, perché abbiamo comunque ignorato o avallato comportamenti considerati bonariamente scontati, endemici della nostra cultura mediterranea, simpatici machismi che fanno folklore e nessun danno. E invece anche le parole sono delle armi taglienti. Non possiamo più sentire negli articoli di cronaca frasi come «Delitto passionale» o «Raptus improvviso di follia». Che raptus può essere un gesto annunciato da anni di violenze, minacce e ricatti?

Lo sapevano tutti che prima o poi qualcosa sarebbe successo: i vicini, il quartiere intero, persino al pronto soccorso e al commissariato di zona dove fioccano a volte denunce inascoltate. L’Italia è stata severamente redarguita dalle Nazioni Unite nella relazione di Rashida Manjoo, Rapporteur speciale del 2012 che dopo gli insulti al presidente della Camera avrebbe forse rincarato la dose:

«La maggior parte delle manifestazioni di violenza in Italia sono sotto-denunciate nel contesto di una società patriarcale dove la violenza domestica non è sempre vissuta come un crimine… e persiste la percezione che le risposte dello Stato non saranno appropriate o utili».

Parole pesanti, gravissime, che avrebbero dovuto almeno stimolare un dibattito e che invece sono scivolate via nei cestini dei ministeri. Se ci sgridano per il debito pubblico o lo spread che s’innalza, corriamo come bambini impauriti a giustificarci mentre davanti a queste «vergogne» i governi fanno spallucce.

La violenza maschile sulle donne non è una questione privata, ma politica.

Ecco perché vi chiedo di firmare l’appello di «Ferite a morte» che chiede al Governo e al Parlamento di convocare senza indugi gli Stati Generali contro questa violenza. Servono interventi immediati, è necessario riconoscere l’urgenza e istituire finalmente un Osservatorio Nazionale che segua il fenomeno.

Grazie,

Serena Dandini

Incontro tra Enrico Letta e il M5S

Proprio ieri è avvenuto l’atteso incontro tra i capigruppo del Movimento 5 Stelle e l’incaricato premier Enrico Letta, come di consuetudini, trasmessa in streaming sulla web Tv del M5S. Argomenti cardini dell’incontro, lanciati da Enrico Letta, sono stati due: la questione relativa ai debiti delle pubbliche amministrazioni e il lavoro. Subito dopo un lungo discorso “elettorale” di Letta nel quale si è parlato sopratutto dei cambiamenti e riforme che vanno apportate per dare uno slancio all’economia del nostro paese, il M5S è stato accusato, dall’ormai ex vicepresidente del PD, di essersi congelato in una posizione di stallo che ha avuto un’unica strategia: il “NO” categorico a qualsiasi proposta contribuendo all’incapacità di arrivare ad un’accordo per trovare un Presidente del Consiglio condiviso. Subito i capigruppo del M5S, non hanno perso tempo a rispondere alla provocazione mossa verso di loro affermando, che lo stallo di 60 giorni del Parlamento non è dovuto al NO del Movimento bensì è frutto della mala politica che si è alternata al governo del nostro paese da ormai 20 anni. Punto culminante dell’incontro è stato quando la capogruppo, Roberta Lombardi, ha consegnato nelle mani di Letta la proposta di legge sui rimborsi elettorali ai partiti, che il M5S porterà in Parlamento. Comunque dopo aver parlato di riforme della legge elettorale, della legge anti-corruzione e della giustizia, l’incontro tra Letta e il M5S si è concluso con il “no” da parte del Movimento alla fiducia al Governo, ma con il sostegno sulle singole proposte che il M5S condividerà e riterrà giuste e valide per i cittadini italiani.

Milena Gabanelli contro Eni

Inchiesta lanciata su change.org

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Come si fa per impedire a un giornalista di indagare e permettere ai cittadini di conoscere la verità? Fascismo, stalinismo e logge massoniche avevano i loro metodi coercitivi. Oggi la censura preventiva e l’intimidazione si attuano con espedienti più moderni, e solo apparentemente meno perversi e repressivi. Ad esempio intentando una causa nei confronti di una giornalista e chiedere un risarcimento milionario perché una sua inchiesta ha cercato di fare luce sulle zone d’ombra di una multinazionale.

È ciò che ha fatto l’Eni, sesto gruppo petrolifero mondiale per giro di affari che con un atto di citazione di ben 145 pagine accusa Report di Milena Gabanelli di averne leso l’immagine per un’inchiesta del dicembre 2012. Cospicua la richiesta di risarcimento:25 milioni di euro.

Chi si sente diffamato ha tutto il diritto di tutelarsi ma è chiaro che in questo caso l’obiettivo è un altro: un palese tentativo di intimidazione. Il termine tecnico è “querele temerarie,” un’azione di sbarramento compiuta nei confronti di un giornalista per dissuaderlo dal proseguire il suo filone di inchiesta. E ovviamente per disincentivare altri cronisti dall’occuparsi dello stesso tema.

Per impedire l’uso di questo strumento intimidatorio il Parlamento ha avviato un lavoro bipartisan nella passata legislatura. Un iter che ovviamente giace ora impolverato nei cassetti di Montecitorio e Palazzo Madama.

Per questo oggi lanciamo una petizione per chiedere che il nuovo Parlamento voglia immediatamente mettere mano ad una revisione della materia che preveda una sostanziosa penalità nei confronti di chi utilizza strumentalmente questo tipo di richieste, condannando il querelante, in caso di sconfitta in sede giudiziaria, al pagamento del medesimo importo: se cioè chiedi 25 milioni di euro alla Gabanelli di risarcimento e poi perdi la causa la risarcisci della stessa cifra.

Così vince il diritto di informare ed essere informati.

Stefano Corradino

E se la tua lingua non fosse riconosciuta?

Inchiesta lanciata su change.org

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Noi sordi abbiamo una lingua senza voce. La nostra lingua, la Lingua dei Segni italiana (LIS), non è riconosciuta ufficialmente nel nostro Paese. Eppure la LIS rende possibile la comunicazione tra sordi e l’integrazione tra sordi e udenti. Chiediamo quindi al Parlamento italiano di riconoscere ufficialmente la LIS come già avviene in 44 paesi del mondo (tra i quali Iran, U.S.A., Cina, Spagna, Francia).

La convenzione dell’ONU sui diritti delle persone con disabilità del 2006, riconosceva la LIS promuovendone l’acquisizione e l’uso. Riteniamo che il mancato riconoscimento ufficiale della LIS da parte dell’Italia sia un’inadempienza all’avvenuta ratifica italiana di questa Convenzione.

Il riconoscimento della LIS come una vera e propria lingua garantirebbe la libertà di un sordo di scegliere come comunicare ed integrarsi: un effettivo e illimitato accesso all’informazione, alla comunicazione, alla cultura, all’educazione, ai servizi, alla vita sociale, lavorativa e perfino ricreativa; un’equa rappresentazione politica e giuridica, l’accesso all’istruzione… la dignità.

Siamo un gruppo di ragazzi, tutti sotto i trenta anni. Due cose ci uniscono: siamo sordi e ci siamo incontrati grazie ad una radio. Radio Kaos ItaLis è nata da un’idea che potrebbe sembrare paradossale: creare un progetto radiofonico per promuovere l’integrazione tra sordi e udenti. E ci siamo riusciti, dimostrando a noi stessi che le barriere all’integrazione possono essere superate.

Eppure ci è capitato di dover affrontare diversi problemi dovuti al non riconoscimento della LIS, come non avere la possibilità di poter spiegare al pronto soccorso i nostri problemi di salute o dover trascorrere anni a scuola senza un’assistente alla comunicazione.

Firma la petizione per chiedere a tutti i capigruppo della Camera dei Deputati e del Senato, al Presidente del Senato Pietro Grasso e al Presidente della Camera Laura Boldrini di impegnarsi affinchè la LIS venga finalmente riconosciuta come lingua ufficiale dal Parlamento italiano.

Chiediamo che finalmente venga riconosciuta la LIS in italia!

I ragazzi di Radio Kaos ItaLis

L’appello dei due marò

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E’ iniziato poco più di un anno fa il caso dei due marò, Salavatore Girone e Massimiliano Latorre, trattenuti ormai da un anno in India dopo l’accusa di aver ucciso due pescatori in acque territoriali indiane.

Ripercorriamo un po’ le tappe di questo strano caso:

I marò lasciano l’Enrica Lexi

Il 19 febbraio i due marò vengono fermati e fatti scendere dalla Lexie nel porto di Kochi.
L’Italia rivendica la competenza giuridica per una vicenda che coinvolge “organi dello Stato operanti nel contrasto alla pirateria sotto bandiera italiana e in acque internazionali”. Ma il caso rimane in India.

La prima licenza a Natale

Mentre il tribunale di Kollam continua a rinviare l’avvio del processo ai due militari, e mentre si attende il verdetto della Corte Suprema di New Delhi sulla giurisdizione del caso, viene concessa a Latorre e Girone, su cauzione e con dichiarazione giurata, una prima licenza di due settimane per poter passare il Natale a casa. Rientrano in India il 4 gennaio.

La giurisdizione

La Corte Suprema dispone la creazione di un tribunale speciale a New Delhi per esaminare la questione della giurisdizione (indiana o italiana). I giudici hanno stabilito “l’incompetenza” dello Stato del Kerala che “non aveva giurisdizione” per intervenire, dato che “il fatto non era avvenuto nelle acque territoriali indiane”. Ma, secondo la Corte, nel loro servizio sulla Enrica Lexie, “i marò non godevano di quella immunità sovrana” che avrebbe determinato automaticamente la giurisdizione italiana.

Violati gli accordi

Viene concesso un secondo permesso ai due marò: questa volta possono tornare in Italia per 4 settimane in occasione delle elezioni. Ma a sorpresa l’Italia decide che Latorre e Girone non rientreranno in India perché New Delhi ha violato il diritto internazionale.

(fonte http://www.ilsalvagente.it)

Proprio ieri, mentre le forze politiche si confrontavano in Parlamento, il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, si è dimesso lasciando “la nave” prima ancora di averla portata in salvo. Questo ha scatenato un putiferio mediatico, che vede l’Italia umiliata sotto tutti i punti di vista, che dopo aver preso la decisione di non voler riconsegnare i due marò alle autorità indiane, in seguito alle pressioni dello stato indiano, li ha riconsegnati nelle mani del nemico; abbandonando i nostri militari come se fossero merce di scambio. La questione non finisce qui, ci sono diverse voci che affermano che i nostri due marò, potrebbero essere sottoposti ad un processo in India, paese che prevede la pena di morte nella quale i nostri militari potrebbero incorrere. Lo scontro tra le forza politiche è stato immediato, ma il dibattito è stato subito messo a tacere da uno dei due fucilieri dicendo testualmente:

Non ci serve ora sapere di chi è stata la colpa, perché non ci porta a nulla, e tantomeno non porta a nulla che delle forze politiche si rimbalzino le responsabilità

Non si sono viste, prima d’ora, delle forze politiche, bacchettate in questo modo e sopratutto non si è mai vista un Italia così umiliata a livello nazionale. Sicuramente questo caso, ha sollevato diverse questioni come: l’incompetenza di alcune forze politiche e soprattutto la forte richiesta di un governo forte e stabile che possa risolvere questo caso e far risorgere il nostro paese da questo “cataclisma” che la messa in ginocchio.

Giulio Terzi

Giulio Terzi

Intervento del Deputato 5 Stelle, Stafano Manlino, proprio sulla vicenda dei due marò